ATTRAVERSARE IL DOLORE PER TRASFORMARLO
“Dai parole al dolore. La pena che non parla
mormora in fondo al cuore e lo invita a
frantumarsi”
W.Shakespeare
“ Gia, forse il dolore è la grande scuola dalla quale fuggiamo, ma la sola che forgia nuova ricchezza interiore” L. Espanoli
Quando il Dolore bussa alla porta del cuore non si può non andare ad aprire. Entrerà con la forza del vento e brucerà con l’impeto del fuoco tutto ciò che credevi tuo per sempre. Quando se ne andrà nulla sarà più come prima. E’ dannatamente difficile attraversare questo Dolore. Ma so che non ho scampo se voglio spaccare l’involucro all’interno del quale vorrebbe trovare casa e soprattutto se voglio permettergli di diventare la linfa per Oggi e per Domani
Tutto sembra destinato a finire prima o poi… la vita, l’amore, l’amicizia, il ruolo lavorativo. Il modo in cui vivremo queste perdite della nostra vita influenzerà il modo di vivere la morte di chi amiamo e per alcuni versi, il modo di affrontare la nostra morte. Il dolore allora diviene un freddo nel cuore, una sensazione fisica intensa che a poco a poco “sgela” e qualcosa di nuovo e di diverso nasce dentro di noi…
E’ quell’ultimo “ciao”, quello che ci resta in gola, quello che si impasta con le lacrime che ci rigano le guance, quello che accende i rimorsi (non dovevo fare cosi), i rimpianti (avrei dovuto fare, dire…)…
E così, quando un Dolore arriva nella vita e impone la sua presenza, esso vuol sostare nella nostra mente (ci farà evocare mille volte in un giorno ricordi, momenti nei quali avremmo potuto fare meglio e di più, rimorsi…), nel nostro cuore invitandolo a spezzarsi (pensare alla vita senza l’altro, pensare a ciò che non potremo avere più…). Esso sosta e scatena il Conflitto interiore.
E’ il tempo dell’attraversare… senza fretta, con la fiducia nel cuore in noi stessi e nelle opportunità della vita.
“Elaborare significa arrivare a una decisione ferma, convinta, totale. Una decisione di pancia, cuore e testa sotto la guida dello spirito. Quale? La decisione di rivedere, rinegoziare, rigenerare la propria storia e di iniziare un processo di crescita. Elaborare è decidere di utilizzare i mattoni del passato per costruire una nuova abitazione in cui starci bene e a proprio agio. Accettare non significa dimenticare la sofferenza di delusioni, di amarezze, di sanguinanti ferite. Il passato non va svilito, negato o cancellato bensì cicatrizzato, metabolizzato e adoperato per acquisire delle nuovi forti ali su cui fare leva per le rotte di uno splendido futuro. Le cicatrici sono, al tempo stesso, un ricordo di un grande dolore e il segno di una avvenuta guarigione” (Lombardo)
Il dolore porta ad esplorare parti di noi che ancora non conoscevamo, porta dentro noi stessi. Ci fa guardare negli occhi le nostre paure (che vita sarà senza l’altro?), le nostre insicurezze e soprattutto ci porta a contatto con la parte più fragile di noi, quella emotiva.
Ricordo alcune righe di Coelho… La nonna guarda il bambino, gli mostra una matita e gli dice… “Questa matita possiede cinque qualità. Se riuscirai a trasportarle nell’esistenza sarai sempre in pace con il mondo… Seconda qualità: di tanto in tanto devo interrompere la scrittura e usare il temperino. E’ un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita, ma alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore”…
E’ vero. Il Dolore fa crescere. Ti entra dentro e ti sconvolge le viscere, ti attacca e lo senti nello stomaco, nella gola, del cuore, talvolta nelle gambe e nella schiena. Ti paralizza. Senti solo tanta voglia di farla finita perché sembra non finire mai, non dare tregua. Eppure, da ogni Dolore, emaciati ci rialziamo e riprendiamo il corso della nostra vita. Più forti, più consapevoli di noi stessi. Il Dolore ci porta nel cuore della Vita e da li ripartiamo. Possiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo! Possiamo dare valore alle persone accanto a noi, possiamo dare valore a noi stessi. Conosco il Dolore ma conosco anche la Vita e una vita senza dolore, per alcuni versi, sarebbe meno ricca di emozioni e di crescita.
Quando muore qualcuno abbiamo l’idea che sia morto per sempre. Quando un amore finisce sembra che con esso sia morta una parte di noi. I ricordi prendono il sopravvento e ci sbattono tra le pareti della case, del cuore, dell’anima, delle cose in un vortice continuo, in una mareggiata senza sosta. Ci sono persone che nella sofferenza si chiudono: riteniamo talvolta che l’altro sia colpevole di quello che è successo. La rabbia sia allea con il dolore e lo tsunami ci attraverso fuori per fuori.
Nella nostra vita ci sono diversi eventi che ci fanno provare il dolore: il più forte di questi è la morte, ma anche l’abbandono è una “morte” che ci fa vivere il dolore.
Il dolore legato alla perdita, al lutto, ci sta preparando ad una rinascita nuova; questo dolore può essere per davvero vissuto oppure sedato, inascoltato, nascosto dentro una quotidianità che vogliamo essere quella di sempre ma che mai più tornerà come prima.
Posso farmi rapire dal dolore, farlo diventare onnipresente, oppure posso viverlo cominciando a pensare che nella mia vita posso porre attenzione non solo ai suoi devastanti effetti ma anche a tutto il resto che mi accade. Vivo il dolore, lo sento dentro di me, ma non gli offro un posto letto, accetto il dolore ma non lascio che questo dolore faccia il nido dentro di me, non lo alimento con pensieri che lo aumentano, Ciò non vuol dire non provare il dolore ma far si che il dolore non sia tale da impedirci di vivere le cose belle della vita: imparare a far questo ci farà stare meglio solo se non ci sentiremo in colpa nel momento in cui lo faremo. Più lascerò che questo dolore mi rapisca meno questo dolore mi insegnerà qualcosa.
Nell’elaborazione del dolore la fede può avere un ruolo ma non possiamo rinunciare ad una parte di elaborazione del lutto. L’idea che un giorno ci rivredemo deve comunque lasciare affrontare il dolore per una perdita che avviene nel “qui ed ora”. “Il tempo non guarisce. Si limita a spingere le cose in fondo alla nostra coscienza. Ciò che guarisce è l’uso che facciamo del tempo. Piangere guarisce. La via di casa è gioia attraverso il cuore del nostro dolore. Dobbiamo piangere, finchè non usciremo dall’altra parte” (Deborah Duda)
Sant’Agostino a proposito del lutto diceva: “A causa di questo dolore profonde tenebre calarono sul mio cuore e tutto quel che mi cadeva sotto lo sguardo mi parlava di morte. La patria mia era un supplizio, la casa parterna infelicità senza limiti; tutto quanto io avevo in comune con lui, senza di lui mi si convertiva in strazio indicibile. I miei occhi lo cercavano ovunque e non lo incontravano. Io odiavo tutto perchè non essendoci lui, non mi poteva dire”Ecco che viene”, come avveniva quando, ancora vivo, egli era assente. Ero io stesso diventato ai miei occhi un unico grande enigma, perchè, interrogando l’anima mia perchè fosse mai così triste, turbata, non avevo risposta. E quando io le dicevo:”Spera in Dio”, non ubbidiva e aveva ragione, chè quella persona, che aveva perso, preziosissima, era ben più reale e migliore di quel fantasma in cui la invitavo a sperare. Solo il pianto mi era dolce, tra i piaceri del mio cuore, prese il posto del mio amico… In me invece… si era formato un sentimento del tutto opposto, non so cosa fosse: un fortissimo disgusto della vita conviveva con la paura della morte. Credo che, quanto più l’avevo amato, tanto più odiavo e temevo la morte quale il più terribile nemico che me lo aveva rapito, tanto che pensavo che essa, se capace di spegnere il mio amico, avrebbe ora fatto improvvisamente morire tutti gli uomini. Mi meravigliavo infatti che gli altri mortali potessero vivere dopo che era morto lui, che io amavo come se non avesse mai dovuto morire, e ancor più mi meravigliavo che sopravvivessi alla sua morte. Quanto giustamente un tale, una volta, chiamò il proprio amico “metà dell’anima sua”! Veramente io ritenevo l’anima mia e la sua una cosa sola in due corpi e perciò avevo in orrore la vita, perchè non volevo vivere a metà e, forse per questo, avevo paura di morire perchè non morisse totalmente colui che io avevo così tanto amato”
Il vero lutto, la fine di una amore, la perdita di una relazione significativa in realtà rappresenta la parte di noi che se n’è andata con questa persona.
Il dolore ha una grande capacità di cronicizzarsi, cioè di rimanere dentro di noi per mesi, anni e siamo capaci di farlo rivivere tutti i giorni attraverso delle filmografie, cioè come se fosse reale.
Il dolore non se ne va se lo teniamo al caldo dentro di noi: non è possibile vivere un grande dolore da soli. Se non lo tiriamo fuori da noi non gli daremo mai una forma e una collocazione. Quando parliamo del nostro dolore e lo raccontiamo cognitivamente non lo stiamo portando fuori ma ce l’abbiamo ancora congelato.
Come sarebbe bello se avessi il coraggio di aprire il mio cuore e di parlare di Dolore. Io ho sempre sofferto in silenzio. E il silenzio ci fa soffrire più profondamente. Comunque è molto più comodo per chiunque non parlare e di solito ci confondiamo quando tentiamo di organizzare il nostro pensiero. Soltanto quando sto con te ciò non mi accade. Cancellando tutto quello che di brutto è rimasto in qualche cantuccio impolverato del nostro inconscio.. (Gibran)
Diverso, invece, è il caso in cui, mentre parlo del mio dolore, esprimo le emozioni che hanno contraddistinto questo evento. La scrittura inoltre ci collega a noi stessi ed alla consapevolezza di noi stessi. All’inizio questa pentola a pressione farà tanto rumore, ma poi prenderà forme diverse. Fino a che terremo il dolore nella pentola a pressione, il dolore non ci insegnerà nulla ma diventerà malattia, indebolimento del sistema immunitario, depressione, etc. Il dolore fine a se stesso non insegna: i sensi di colpa del passato immobilizzano solo il presente.”Riuscire a scrivere è come costruirsi una stanza tutta per sè, un luogo e un tempo privati in cui entrare in contatto con le nostre emozioni più vere e sentite, superando i sentimenti negativi che spesso ci bloccano la libera espressione di noi stessi, accettando quello che proviamo, dandoci il permesso di provarlo e rafforzando la nostra autostima” (Roberta Andres)
Quando il dolore è cronico è congelato: tenerlo stretto è una protezione in cui ci si dice “Non merito di essere felice”.
Perchè io possa vivermi la felicità me la devo godere e sopratutto devo credere di meritarlo. Perchè penso di non meritarmi di essere felice? Quando ho capito questo posso percepire in modo diverso gli elementi che non mi consentono di essere felice.
E dietro a questo c’è sempre un’idea di perdono.
Il dolore dovrà uscire non solo cognitivamente ma anche con la sua componente emotiva: in questi casi può essere molto utile la scrittura. Ciascuno di noi vive in maniera diversa le emozioni e il dolore: è questo che dobbiamo riconoscere. “Scrivere è qualcosa di più profondo di una psicoterapia. Si scrive attraverso la sofferenza. Dobbiamo esprimere il nostro dolore e così facendo compiere un atto di rinuncia” (Goldberg 1987).
“Scrivere le emozioni può apparire un controsenso. Le emozioni si vivono, si esprimono attraverso il linguaggio non verbale (uno strabuzzare d’occhi, il tremore delle mani…), soprattutto si sentono a livello cinestesico, profondo e quindi non condivisibile (quel crampo allo stomaco, il cuore che galoppa…). Scrivere, descrivere, nominare le emozioni rappresenta un esercizio di consapevolezza che aiuta la persona a prendere contatto con la propria parte spaventata e sdrammatizzare la paura destrutturandola (ogni sfumatura ha un significato, ogni aspetto può essere riferito a qualcosa di specifico che lo determina). Al posto del caos iniziale (Mi sento male… Ho paura di morire…) si fa strada un modo nuovo, più ordinato e funzionale di scomporre ed esprimere l’esperienza emotiva.” (Sampognaro 2008). “Scrivere delle proprie paure significa esorcizzarle, esercitare su di esse un controllo. La paura non detta è, infatti, una paura che cresce a dismisura e che, autoalimentandosi, silenziosamente distrugge dall’interno l’io che la trattiene. E’ incontrollabile perchè è invisibile. Una volta scritta su un foglio acquista invece la sua fisionomia che ne consente l’osservazione a distanza. L’efficacia della scrittura consisterebbe sopratutto sull’opportunità che ci offre di creare un intervallo tra noi e le nostre paure” (Cocever e Chiantera 1996)
Devo vivere nell’adesso con la pienezza della relazione: devo vivere e non sopravvivere. La rabbia dopo un lutto è un altro modo di congelare il dolore, devo arrivare un momento in cui io dico a me stessa “Mi perdono!”; solo così ne possiamo venir fuori. Anche in questo caso la scrittura ha un grande significato, ha una grande valenza terapeutica. “La logica principale che sta alla base dell’intervento sul dolore è espressa in maniera efficace dall’aforisma di Robert Frost “se vuoi venirne fuori devi passarci nel mezzo”. “Infatti, se il dolore viene evitato si mantiene e si incrementa sempre di più, per superarlo è necessario infilarcisi dentro e passarci attraverso. Intervenire sul dolore significa quindi accelerare questo processo rendendolo più rapido e efficace possibile. Di fornte alla ferita dolorosa, possiamo decidere se disinfettarla e proteggerla in modo tale che non si infetti, accelerandone così il processo di rimarginazione, ma non possiamo farla sparire magicamente, non sentirne il dolore o evitare che rimanga la cicatrice. Più ci impegneremo nello strano tentativo di “dimenticare volontariamente” quanto più ciò finisce per produrre l’effetto di ricordare sempre di più. Il dolore legato al lutto non guarisce mai del tutto, “decanta” a poco a poco. La persona deve quindi accettare che non è possibile cancellare il dolore con un colpo di spugna, ma che è possibile invece intraprendere un percorso che, facendola passare attraverso il proprio dolore, ne faciliti l’esperienza.” (Milanese R., Mordazzi P. 2007)
La morte ci deve insegnare a non sprecare il tempo, a vivere come se tutto dovesse finire, nel limite delle nostre possibilità.
Buscaglia afferma che l’unico modo per accettare la vita è accettare la morte, perché quest’ultima ci ricorda che c’è un limite… “Ma noi ci proteggiamo dalla morte, come ci proteggiamo dalla vita. Molti di noi non sanno neppure come affrontare la morte. Dobbiamo imparare che la morte è solo un aspetto della vita. È separarsi dal veicolo, è andare oltre. La morte ci insegna ad andare oltre. La morte non è spaventosa, la morte ci insegna il valore del tempo. La morte ci fa rendere conto di quanto è prezioso, ci permette di capire che non abbiamo a disposizione l’eternità!
In questo modo, nel momento in cui perderemo le persone care, ci sarà meno sofferenza e meno sensi di colpa.
“Ogni difficoltà è un’opportunità che ti viene data, un’occasione per crescere.
Crescere è l’unico scopo dell’esistenza su questo pianeta.
Non cresci, se te ne stai seduto un un bel giardino pieno di fiori e ti portano cibi prelibati in un piatto d’argento.
Cresci invece, se sei malato, se soffri, se subisci delle perdite ma, invece di nascondere la testa sotto la sabbia, prendi il tuo dolore e impari ad accettarlo, non come una maledizione ma come un dono che ti arriva con uno scopo”
Elizabeth Kubler Ross.
Non c’è un tempo prestabilito per fare questo, non dobbiamo non provare dolore ma non dobbiamo neanche permettere al dolore di dominare il nostro cuore. La morte è un’occasione per riscrivere le priorità della nostra vita.
Una vita ben vissuta è quella in cui ognuno sta bene e dove c’è spazio per gli elementi della crescita, del lavoro, amicizia, autostima, etc….
Se sono una persona autentica vivrò con autenticità anche la morte e saprò convivere con la mia fragilità in questi momenti. Riuscirò a condividerla con altri sapendo che più che mai sarà necessario trovare un cuore disposto ad accogliere il nostro dolore. “Ci sono momenti in cui, di fronte a uno stato di disperazione che vi viene confidato, che vi viene comunicato come se voi foste l’ultima e estrema possibilità di soccorso o di consolazione, è impossibile non uscire fuori da se stessi. Si viene scaraventati nella sfera più intima dell’altro con una tale forza da identificarci necessariamente con lui. E’ in questo momento che, tra due essere umani che hanno raggiunto lo stesso grado di silenzio, si stabilisce quella comunione prodigiosa che in quell’attimo irripetibile si percepisce come infinita e eterna. Sento allora chiaramente che non siamo più due esseri umani separati, ma siamo una cosa sola, che possediamo un unico centro. Non vi è distanza al di fuori del reciproco rispetto. Tutta la vita si concentra in un solo punto fuori dello spazio e del tempo” (Maurice Zundel)
Come scrive Elisabeth Kubler Ross “quando le tempeste si abbatteranno sulla nostra vita ricordiamo che esse sono un dono non visibile immediatamente, ma lo diventeranno dieci o vent’anni dopo. Infatti ci consentono di imparare cose che altrimenti non avremmo mai imparato. Volendoci esprimere per simboli, se fossimo una pietra e venissimo gettati dentro una tagliatrice, dipenderebbe da noi esserne del tutto schiacciati o uscirne come un diamante scintillante”
Come pensare alla vita senza l’altro? Come non riuscire a sottolineare il dolore per il vuoto, la mancanza della presenza, delle risate e dei progetti per il futuro? Come non sentire tutto questo dolore nella vita di tutti i giorni, nelle stanze della casa, tra gli oggetti ancora li? Come non sentire questo tra i vestiti ancora da riporre oppure tra gli odori che qua e là ancora suggeriscono una presenza?
Non c’è sempre risposta…
Il filosofo Bertrand Vergely, riflettendo su questo bisogno inestinguibile di un senso da attribuire all’inaccettabile, si domandava se non ci sia una terza via tra la ricerca del senso e la negazione. Accettare di non comprendere, constatare semplicemente che anche nelle peggiori prove la vita è presente, imprevedibile, più forte di tutto. Ascoltandolo, pensavo ai fiori del deserto che si intrufolano tra le rocce del Sahara trovando misteriosamente lo spazio per germogliare (Marie De Hennezel)
“Non rimanere in pianto, accanto alla mia tomba. Non sono lì. Non dormo. Sono mille venti che soffiano, sono il diamante che scintilla sulla neve, sono la luce del sole sul grano maturo. Sono la dolce pioggia autunnale. Quando ti svegli nella quiete mattutina, sono il librarsi in alto di uccelli silenziosi in volo circolare. Sono le dolci stelle che scintillano di notte. Non rimanere in pianto, accanto alla mia tomba. Non sono li. Non sono morto”
(Mary Frye)
… La morte, celebrata oggi, ti ricorda che è tempo di vita. E’ tempo di proseguire la strada, di onorare le promesse, di creare ancora possibilità…
… e se vuoi organizzare presso la tua comunità una giornata esperienziale “Accompagnare a vivere fino all’ultimo respiro” scrivimi. Sarò felice di progettarla insieme a te!
Letizia Espanoli
Letture consigliate:
Eliizabeth Kubler Ross- LA MORTE E IL MORIRE – Edizioni Cittadella
Elizabeth Kubler Ross- LA MORTE E’ VITALE IMPORTANZA – Armenia Editore
Randy Pausch – LA VITA SPIEGATA DA UN UOMO CHE MUORE – Rizzoli Editore
Marie de Hennezel – LA MORTE AMICA – Rizzoli
Elisabeth Kubler Ross – LA MORTE E LA VITA DOPO LA MORTE – Edizioni Mediterranee
Sampognaro – SCRIVERE L’INDICIBILE – Franco Angeli
Milanese Roberta e Paolo Mordazzi – COACHING STRATEGICO – Ponte alle Grazie
Marie De Hennezel – Morire a occhi aperti – Lindau
Letizia Espanoli e AA.VV – Attraversare il dolore per trasformarlo – Maggioli Editore

