Quante volte hai girato intorno al Sole?
Che splendida immagine per indicare l’età che avanza. Parole che evocano una sensazione di vitalità, bellezza, energia.
Quante volte invece, anche nel pieno della nostra vita, quando ci si sente stanchi e affaticati affermiamo a cuor leggero “Ah! come sto diventando vecchio!”
Per contro mi è capitato di conoscere anziani che sorridendo dicevano “Mi sento ancora giovane dentro!”
E’ innegabile che la stanchezza e il sentirsi male venga associata ad un registro linguistico per anziani, mentre la vitalità e il sentirsi bene ad un registro per giovani, quando invece si può essere stanchi da giovani e si può essere vitali da anziani.
Questo linguaggio contribuisce a creare lo stereotipo dell’ageismo, ovvero la discriminazione e la stereotipizzazione sulla base dell’età di una persona. Questa “scorciatoia cognitiva” è un rischio che tutti corriamo e la conseguenza è che condiziona la possibilità di invecchiare in modo sereno e attivo.
Ma partiamo dalle basi: cos’è uno stereotipo?
Gli stereotipi sono l’insieme delle caratteristiche preconfezionate, attribuite come tipiche, a una categoria o gruppo sociale. Sono una sorta di immaginario collettivo a cui attinge il pregiudizio individuale. Gli stereotipi non sono quindi una creazione individuale, ma vengono appresi dall’ambiente.
Gli stereotipi nascono dal processo di categorizzazione (Tajifel 1969), ovvero dalle modalità che gli individui adottano per ordinare e semplificare la realtà, raggruppando persone, oggetti ed eventi in categorie, in base alla loro somiglianza rispetto alle loro azioni, intenzioni e atteggiamenti. Questo tipo di meccanismo cognitivo permette agli individui di produrre semplicità e ordine a fronte di un mondo fatto di differenze e di relazioni sociali complesse. La riduzione delle informazioni provenienti dall’ambiente circostante, però, inevitabilmente produce la perdita di quei dettagli e la ricchezza di quelle sfumature che, tante volte, sono quelle capaci di fare la differenza nella valutazione delle cose.
(Villani 2005).
L’ageismo è un pregiudizio che nasce dallo stereotipo secondo cui la vecchiaia sia un periodo di decadimento fisico e cognitivo al quale non si può porre rimedio.
Questo destino viene riconosciuto a tutti senza distinzione, tant’è che rimaniamo stupiti quando si incontra una persona anziana nel pieno delle proprie facoltà che continua a portare avanti le sue attività e mantiene uno spirito attivo.
Vittime di questo pregiudizio sono anche i diretti interessati, ovvero le persone che hanno “girato molte volte intorno al Sole” e che, condizionati da quest’immaginario collettivo, esprimono un’auto percezione depotenziante.
Secondo Palmore, dell’Università di Berkeley in California, una delle conseguenze più gravi dell’ageismo è che esso indurrebbe negli anziani l’adozione di comportamenti aderenti all’immagine negativa elaborata dal gruppo dominante, così da confermare le forme di stereotipizzazione di cui essi sono vittime. Le persone discriminate tenderebbero ad essere infelici, passivi, impotenti e poco produttivi.
La psicologa statunitense Ellen J. Langer, professoressa di Psicologia presso la Harvard University ha dedicato anni di studio ai processi dell’invecchiamento.
Ellen J. Langer ci avverte di non sottovalutare il ruolo che le convenzioni sociali, le abitudini e, appunto, le parole possono avere nell’aggravare o migliorare una determinata condizione di salute.
Ovviamente, l’autrice non condanna a tutto tondo la classe medica ed i suoi metodi, ma osserva come questa, così come i pazienti, adottino degli automatismi che finiscono per peggiorare la condizione di salute e negare all’individuo il ricorso al suo grande potere mentale e spirituale, i quali lo porterebbero più rapidamente ed efficacemente a guarigione.
L’autrice sottolinea l’impatto deleterio che il linguaggio ha nel decorso delle patologie.
In uno dei suoi scritti racconta di un’anziana che aveva grande difficoltà a chinarsi ed a portare grandi pesi. La stessa, quindi, poteva recarsi a fare la spesa da sola ma, al ritorno a casa, era costretta a poggiare la busta a terra per prendere le chiavi di casa dalla borsa, dopo di ché non riusciva più a riprendere la borsa con la spesa.
Ebbene, questa situazione fu tradotta da lei, dalla famiglia e dai medici consulenti con questa frase:
Impossibilità di vivere senza essere accuditi.
Quindi, si decise che la signora avrebbe dovuto vivere in una casa di riposo.
Ma vi sarebbe stata una soluzione molto più semplice, economica e che avrebbe significato tanta più felicità per l’anziana, e si trattava di una soluzione banale:
Mettere una mensola sul pianerottolo, dove la signora avrebbe potuto poggiare la spesa e poi riprenderla con facilità.
Ma la soluzione, per quanto semplice, forse addirittura ovvia, fu completamente saltata, perchè la condizione di anziana, o, meglio, la parola “anziana”, avevano influenzato tutti i soggetti coinvolti nella valutazione della situazione: la signora era anziana, quindi era la cosa più ovvia di rivolgersi ad un dottore e di considerare che questa non fosse più indipendente.
Le ricerche neuroscientifiche degli ultimi anni affermano che le parole costituiscono la voce del cervello poiché esprimono pensieri, emozioni, opinioni e giudizi. Esse, però, non si limitano ad esplicitare l’impronunciabile, fanno molto di più: incidono, infatti, sulla percezione del contesto e del mondo. In che modo? Plasmano le strutture cerebrali (e la personalità), stimolando il rilascio di neurotrasmettitori specifici, e orientano le azioni
Allora partiamo dal cambiare le nostre parole! In questo modo cambierà il nostro atteggiamento!
Cominciamo con l’affermare che il benessere è dato dal giudizio positivo sulla vita e l’età non ha importanza!
L’Irish Longitudinal Study on Aging offre una pletora di dati. I suoi studi di ricerca completi hanno attirato l’attenzione internazionale.
Nel 2016, i loro ricercatori hanno condiviso, Hai solo l’età che senti ! La relazione evidenzia due importanti risultati sull’atteggiamento.
Gli adulti più anziani con atteggiamenti negativi nei confronti dell’invecchiamento avevano una velocità di deambulazione più lenta e peggiori capacità cognitive due anni dopo, rispetto agli adulti più anziani con atteggiamenti più positivi nei confronti dell’invecchiamento.
Ciò era vero anche dopo che erano stati presi in considerazione i farmaci, l’umore, le circostanze della vita e altri cambiamenti di salute dei partecipanti avvenuti nello stesso periodo di due anni.
La loro conclusione?
“Le percezioni negative dell’invecchiamento possono modificare l’associazione tra fragilità e domini cognitivi frontali negli adulti più anziani.”
Fortunatamente, alcune scoperte scientifiche supportano approcci positivi per l’invecchiamento. Un dato significativo è la scoperta di plasticità del cervello negli adulti, che è stata utilizzata con successo (tra le altre cose) per superare i sintomi dei disturbi senso-motori e delle lesioni cerebrali.
Plasticità è la qualità o la capacità di una sostanza di essere modellata. In biologia, la plasticità è la flessibilità di un organismo di cambiare, di adattarsi al suo ambiente o le circostanze a lungo termine della sua vita.
La plasticità del cervello o neuroplasticità è un termine che descrive le modifiche al cervello per tutta la vita, che è in netto contrasto con le credenze precedenti secondo cui il cervello si è ha sviluppato solo durante l’infanzia e poi è rimasto relativamente invariato.
L’ultimo decennio di ricerca ha dimostrato che molti aspetti del cervello sono plastici e possono essere modificati, anche in età adulta (Rakic, 2002; Pascual-Leone, et al., 2005).
Un principio base della neuroplasticità è il fatto che le connessioni neurali vengono costantemente rimosse o costruite, principalmente a causa della natura delle attività dei neuroni (cioè quello che principalmente facciamo). I nostri cervelli non sono cablati con circuiti neuronali fissi, ma piuttosto i nostri circuiti cerebrali possono ricollegare, spesso in risposta allo stile di vita, la formazione, o lesioni.
Oltre a questo adattamento del cervello costante, vi è anche una sostanziale evidenza che la neurogenesi (o la nascita di cellule cerebrali) avviene anche negli adulti, e possono continuare anche in età avanzata.
Quindi si può affermare che il normale invecchiamento è un processo graduale e porta a cambiamenti che non sono necessariamente dolorosi o pericolosi.
Il benessere è una valutazione personale di come le persone vivono la loro vita (Huppert & Cooper, 2014).
Con benessere non si intende solo l’assenza di disturbo o malattia, ma una condizione favorevole alla fioritura e alla crescita (Huppert & Cooper, 2014). A questo proposito, “fiorente” è uno stato di funzionamento ottimale e di soddisfazione duratura in cui le persone sperimentano emozioni positive, sono resilienti e in continua crescita. Al contrario, “languente” si riferisce a una situazione in cui la vita di qualcuno è distrutta dalla negatività, cattive condizioni di salute, il deterioramento e il vuoto (Keyes, 2002;. Ekman et al, 2005; Fredrickson & Losada, 2005).
Ormai sono note quali azioni intraprendere per realizzare un invecchiamento positivo. Tali azioni dovrebbero essere considerate come un investimento essenziale nella comunità e dovrebbero essere attuate a livello di individui, organizzazioni e società.
Rimanere fisicamente attivi, adottare uno stile di vita sano, ridurre al minimo lo stress e interpretare come opportunità ciascun evento della vita sono solo alcune di queste.
Molto interessanti sono le conclusioni cui è giunto lo studio più lungo sulla felicità in età avanzata descritto da Robert Waldinger (https://positivepsychologyprogram.com/positive-aging/#The-Positive-Alternative):
“Lo studio di Harvard sullo sviluppo adulto potrebbe essere lo studio più lungo mai effettuato. Per 75 anni abbiamo seguito le vite di 724 uomini (…)” “il messaggio più chiaro che otteniamo da questo studio di 75 anni è questo: le buone relazioni ci mantengono felici e più sani.
Abbiamo imparato tre grandi lezioni in merito alle relazioni.
La prima è che le connessioni sociali ci fanno molto bene e che la solitudine uccide. Risulta che le persone socialmente più connesse alla famiglia, agli amici, alla comunità, sono più felici, più sane fisicamente, e vivono più a lungo delle persone che sono meno connesse. L’esperienza della solitudine risulta essere tossica. Le persone isolate dagli altri più di quanto vorrebbero sono meno felici, il cervello comincia a cedere prima e vivono vite più brevi rispetto alle persone che sono meno sole.
Sappiamo che ci si può sentire soli in una folla, o in un matrimonio, quindi la seconda grande lezione è che non è solo il numero di amici che si ha e nemmeno se si vive una relazione stabile o meno, ma è la qualità delle relazioni più strette che importa. Risulta che vivere in mezzo ai conflitti è molto nocivo per la nostra salute. I matrimoni litigiosi, ad esempio, senza abbastanza affetto, risultano essere nocivi per la salute, forse più di un divorzio. Vivere circondati di buone relazioni calorose, è protettivo (…). Buone relazioni intime sembrano proteggerci dagli acciacchi della vecchiaia. I nostri uomini e donne più felici della loro vita di coppia ci hanno detto a 80 anni, che nei giorni di maggiore dolore fisico il loro umore si è mantenuto positivo (…)
La terza grande lezione sulle relazioni e la nostra salute è che le buone relazioni non proteggono solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello. Cosa significa curarsi delle relazioni? Dunque, le possibilità sono praticamente infinite. Può essere semplicemente dedicare più tempo alle persone invece che alla tv o vivacizzare una relazione spenta facendo qualcosa di nuovo insieme, lunghe passeggiate o uscite serali, o rimettersi in contatto con un familiare che non si sente da anni (…)”.
La vita è così breve, non c’è tempo per litigi, scuse, rancori, rese di conti. C’è solamente il tempo per amare
Mark Twain
Se poi qualche volta viene un po’ di tristezza di fronte agli anni che passano troppo in fretta, è del tutto normale. Per rimediare, smettiamo di pensare al passato e proiettiamoci verso il futuro. Viviamo ogni istante del presente e approfittiamo fino in fondo dei nuovi piaceri che ci procura questa nuova età della vita.
Un suggerimento: se al posto di invecchiare decidessimo invece di diventare più grandi?
#simona_felicitatrice


