Alzheimer: dalla pelle al cuore con tatto nella non autosufficienza

Che ruolo ha il con-tatto fisico nella Cura? Può essere uno strumento innovativo da apprendere e vivere in maggiore consapevolezza per i professionisti e per i carepatners?

Quali sono i vantaggi del contatto nella relazione terapeutica con una persona che con vive con la  demenza? Spesso è l’unica strada per arrivare all’altro.   Il tipo di contatto di cui sto parlando richiede più doti umane che tecniche, per cui può essere insegnato facilmente ai carepatners sia formali sia informali. La pelle ed il cuore non si ammalano di Alzheimer. 

Il tatto è uno dei primi sensi che si sviluppa nel bambino e la sua stimolazione è in grado di contribuire ad un più rapido sviluppo cerebrale. Gli studi del gruppo di Maffei sull’ambiente arricchito nei neonati pretermine dimostrano che effettuare 3 sessioni giornaliere di 10 minuti ciascuna di massaggio su tutto il corpo dei neonati per due settimane produce un’accelerazione dello sviluppo cerebrale e della maturazione della funzione visiva. Probabilmente non è un caso quindi che le tecniche di contatto siano inizialmente state ideate per il massaggio ai neonati. L’Aptonomia, ovvero la “scienza dell’affettività trasmessa attraverso il contatto”, ne è un esempio offerto soprattutto alle persone in fine vita.  La terapista neozelandese Peggy Dawson, formata alla San Francisco School of Massage e presso l’International Association of Infant Massage, ha compreso l’importanza del contatto nell’intero arco di vita e soprattutto per dare sollievo alle persone malate ed ha ideato il Nurturing Touch, ovvero “il tocco che nutre”.

Lo stesso Maffei ammette che “nell’adulto le influenze dell’ambiente arricchito sono forse meno vistose, tuttavia presenti e rilevanti” (17). In particolare, in uno studio su topi transgenici che simulano il morbo di Alzheimer e la Corea di Huntington, la procedura dell’arricchimento ha contribuito al rallentamento della malattia e parzialmente alla sua regressione

Cosa accade quando la persona sembra inerme: muta ed immobile. Il contatto  è la risposta. La possibilità di mantenere aperta la comunicazione, la possibilità di avere ancora vicine le persone che ci assistono, le persone care, oltre le parole. Ed ecco che si materializza la possibilità di vivere ancora in un mondo sociale. Tutto inizia con uno sguardo e una presenza.

Tutte le ricerche sugli effetti del contatto mi inducono a considerare il fatto che effettivamente risultati non dipendano da un mero “strofinamento di pelli”, ma dalla qualità del campo di reciprocità che si crea praticando un tocco consapevolmente orientato all’accoglienza, alla vicinanza e al benessere. Sono stati documentati e riportati da Goldschmidt e van Meinesi seguenti effetti:

  • riduzione di stress e ansietà, tramite la diminuzione del cortisolo presente nel sangue;
  • effetti positivi sulle funzioni cardiovascolari;
  • aumento della funzionalità del sistema immunitario e della capacità respiratoria;
  • aumento del rilassamento fisico;
  • aumento dei livelli di ossitocina;
  • riduzione della percezione del dolore;
  • miglioramento dell’autostima.

Lavorare sul fronte dell’organizzazione vuol dire creare un viaggio culturale e organizzativo che sia in grado di sviluppare i diversi elementi per la creazione della qualità. “È necessario porre al centro del dibattito non la persona con i suoi bisogni, bensì la persona nella sua interezza. La persona con i suoi desideri, semi piantati nel profondo di ciascuno nel terreno della propria potenzialità. Quei semi possono essere aiutati a crescere e a germogliare solo da persone capaci di rispettare e onorare i propri desideri interiori, da persone che sanno scommettere nell’altro e nelle sue capacità. Imparare a farci le domande giuste, quelle più coraggiose aprirà la nostra mente nuove possibilità di comprensione e amplierà il nostro “sentire”. Desiderare è davvero una parola densa di coraggio, oserei dire una delle tante parole terapeutiche che devono colorare il nostro nuovo linguaggio. E allora il primo desiderio del nostro residente è essere visto, essere riconosciuto come persona e non come la somma dei suoi sintomi”. Desiderare un’organizzazione capace di lavorare con- tatto, con garbo e gentilezza. Un’organizzazione che non creda di dover assistere gusci vuoti

Preparati al con-tatto.

Entrare in con-tatto non significa semplicemente toccare una persona, ma connettersi a lei con gentilezza e attenzione. Occorre dunque prepararsi affinchè il legame che si crea sia nutriente, caldo, comunicativo ed accogliente. Innanzitutto focalizzati sul respiro, inspirando ed espirando lentamente e profondamente a livello diaframmatico. Poi visualizza immagini di quiete, di sicurezza e di calore. Infine concentrati sulla persona che stai per toccare e sui pensieri e intenzioni che vuoi trasmetterle. Felice con-tatto