Smetti di mentirgli con la finta fermata dell’autobus: ecco come rispondere davvero al “Voglio andare a casa” nelle RSA

“Voglio andare a casa”

Poche frasi mettono in crisi gli operatori delle RSA quanto questa. Arriva nel tardo pomeriggio, durante l’igiene, mentre si accompagna la persona in camera o, semplicemente, quando il corridoio si svuota e il rumore della giornata lascia spazio al silenzio.

Di fronte a questa richiesta molte strutture cercano soluzioni rapide: distrarre in maniera afinalistica, correggere, convincere. O, peggio ancora, si affidano a trattamenti non farmacologici che, attraverso la costruzione di finte fermate dell’autobus o proponendo bambole e peluche “terapeutici, alimentano la speranza che la persona smetta di cercare un’uscita.

 Ma siamo sicuri che la domanda sia davvero: “Voglio tornare a casa”?

Dietro questa frase spesso non c’è un bisogno geografico. C’è un bisogno emotivo. Sicurezza, appartenenza, controllo, protezione, identità. Comprendere cosa significa davvero “voglio andare a casa” nelle RSA cambia radicalmente il modo di rispondere. E, spesso, riduce agitazione, conflitti e sofferenza sia per i residenti sia per gli operatori. Perché quando le richieste si ripetono decine di volte al giorno, il rischio non è solo aumentare il distress della persona residente. Aumenta anche il rischio di frustrazione, esaurimento emotivo, automatismi assistenziali e burnout degli operatori.

In questo articolo vedremo perché questa richiesta compare, perché alcune strategie rischiano di essere controproducenti e quali risposte concrete utilizzare nella pratica quotidiana, prendendoci cura sia delle persone residenti sia di chi ogni giorno se ne prende cura.

“Voglio andare a casa” nelle RSA: cosa sta davvero chiedendo la persona?

Quando una persona con demenza dice di voler tornare a casa, raramente sta facendo una richiesta logica o sta semplicemente esprimendo il desiderio di cambiare luogo. Più spesso sta cercando di comunicare, con gli strumenti cognitivi ed emotivi che in quel momento ha a disposizione, uno stato di malessere o un bisogno non soddisfatto.

Con l’evoluzione della malattia neurodegenerativa diventano più fragili orientamento, comunicazione e capacità di interpretare ciò che accade intorno. Al contrario, ricordi antichi, memorie emotive e significati associati ai luoghi importanti della propria vita tendono spesso a conservarsi più a lungo.

Per questo la parola “casa” non indica necessariamente l’abitazione attuale o il desiderio concreto di uscire dalla struttura.

Più spesso sta comunicando qualcosa di diverso:

  • “Mi sento vulnerabile”Rimuovi immagine in evidenza
  • “Sono stanco”
  • “Qui non mi riconosco”
  • “Ho paura”
  • “Ho bisogno di qualcuno”

“Casa” può rappresentare sicurezza, familiarità, identità, persone amate o bisogno di protezione. In altri casi può essere il modo con cui la persona esprime dolore, fame, noia, sovraccarico di stimoli, stanchezza o bisogno di relazione. Se osserviamo questa richiesta attraverso la lente dei bisogni, ci accorgiamo che le persone che convivono con la demenza non sono poi così diverse da noi.

Anche noi, quando siamo vulnerabili, cerchiamo sicurezza, appartenenza e luoghi familiari. La malattia neurodegenerativa non cancella questi bisogni: spesso li rende più intensi e più difficili da esprimere. A volte, dietro quella frase, non c’è il desiderio di partire, ma il bisogno urgente di sentirsi nuovamente accolti e sicuri.

Per questo il compito degli operatori non è stabilire se la richiesta sia vera o falsa. È chiedersi quale bisogno umano stia cercando di comunicare quella persona in quel preciso momento, con rispetto, curiosità e attenzione.

La sindrome del tramonto: quando il bisogno di “casa” diventa più forte

Nelle RSA il “voglio andare a casa” compare frequentemente nel tardo pomeriggio e nelle prime ore della sera, in concomitanza con quella che viene definita sindrome del tramonto (sundowning). Con questo termine si indica l’intensificarsi di agitazione, affaccendamento, disorientamento, richieste ripetitive e ricerca di rassicurazione quando la giornata volge al termine.

Sebbene i meccanismi che la determinano non siano ancora completamente chiariti, la letteratura suggerisce il coinvolgimento di molteplici fattori: affaticamento cognitivo accumulato durante la giornata, alterazioni dei ritmi circadiani, ridotta capacità di elaborare gli stimoli ambientali e modificazioni della percezione legate al calare della luce naturale.

La persona che convive con la demenza trascorre infatti l’intera giornata cercando di interpretare ambienti, persone, rumori, richieste assistenziali e cambiamenti continui. Un compito che richiede uno sforzo cognitivo enorme rispetto alle risorse disponibili. È come affrontare una lunga corsa e trovarsi, ormai esausti, davanti all’ultima salita: le energie mentali si riducono progressivamente e diventa più difficile gestire ulteriori richieste.

Alcuni studi suggeriscono inoltre che le alterazioni del ritmo sonno-veglia e della secrezione di melatonina possano contribuire alla comparsa del fenomeno. Con il diminuire della luce naturale aumentano ombre, riflessi e zone meno illuminate che possono rendere l’ambiente più difficile da interpretare e, talvolta, più minaccioso. In questo contesto cresce il bisogno di sicurezza, prevedibilità e protezione. Per questo il desiderio di “tornare a casa” non va interpretato necessariamente come la volontà di lasciare la struttura, ma come la ricerca di quel luogo fisico ed emotivo in cui la persona si è sentita al sicuro per gran parte della propria vita.

Più che una richiesta di partire, spesso è una richiesta di essere accompagnati, rassicurati e aiutati ad attraversare un momento di particolare vulnerabilità.

Perché la finta fermata dell’autobus non “risolve il problema”

Le finte fermate dell’autobus nascono con l’intenzione di ridurre wandering, tentativi di uscita, per distrarre e intrattenere. Tuttavia lasciano da parte la dignità della persona e rischiano di spostare l’attenzione dal bisogno al comportamento.

La letteratura scientifica sul tema è limitata e non ha dimostrato in modo convincente che questi interventi migliorino il benessere della persona. Al contrario, il dibattito etico si è concentrato sul rischio di utilizzare strategie ingannevoli che, pur riducendo temporaneamente alcuni comportamenti, possono entrare in conflitto con i principi di dignità, autonomia e cura centrata sulla persona. Molti autori sottolineano come la presa a cuore dei comportamenti indicativi correlati alla demenza debba partire dalla comprensione dei bisogni insoddisfatti piuttosto che dalla semplice riduzione del comportamento osservabile.

Il problema non è sedersi ad aspettare un autobus. La domanda da porsi è: perché quella persona desidera partire?

Le criticità principali di approcci esclusivamente “contenitivi” sono:

  • rischiano di normalizzare la bugia come modalità relazionale;
  • non affrontano il bisogno emotivo sottostante;
  • possono aumentare frustrazione quando l’attesa si prolunga;
  • rischiano di trasformare un bisogno relazionale in un problema organizzativo.

La domanda utile per l’équipe non è  “Come facciamo a fermarlo?”, ma “quale bisogno sta cercando di comunicare?”; “cosa voglio far accadere con questo residente?”

Questo cambio di prospettiva modifica profondamente il lavoro quotidiano. Non ci chiede di controllare il comportamento, ma di comprendere la persona che lo sta esprimendo. Perché dietro ogni tentativo di andare via c’è spesso qualcuno che sta cercando, a modo suo, di tornare verso un luogo di sicurezza, appartenenza e significato.

Come rispondere davvero al “Voglio andare a casa”

Quando senti questa richiesta, il primo intervento non è la correzione. È l’accoglienza.

Evita di dire:

❌ “Questa è casa sua adesso.”
❌ “Lei vive qui.”
❌ “Non può uscire.”

Puoi provare con:

✅ “Deve essere importante per lei sentirsi a casa.”

✅ “Vedo che in questo momento casa le manca tanto”

✅ “Se vuole, resto con lei”; “ci sono io con lei”

✅ “Dev’essere speciale il posto che porta nel cuore.”

✅ “La accompagno volentieri in questo momento.”

In questo modo non si cerca di verificare ricordi o orientamento, ma viene accolto il bisogno di sicurezza, appartenenza e riconoscimento che con la parola casa la persona potrebbe voler comunicare.

È importante ricordare che non sempre le parole rappresentano il canale più efficace per creare rassicurazione e connessione. Talvolta la persona può avere difficoltà a comprendere domande, formulare risposte o sostenere una conversazione.

In questi momenti il linguaggio del corpo può diventare più significativo delle parole stesse: un braccio offerto con naturalezza per una passeggiata a braccetto, una mano appoggiata con delicatezza, un contatto lento e rassicurante, una presenza calma e non frettolosa possono comunicare sicurezza molto più di qualsiasi spiegazione. Può essere utile accompagnare la persona in un luogo più tranquillo, allontanandosi da rumori e stimoli eccessivi, oppure semplicemente sedersi accanto a lei condividendo qualche minuto di presenza autentica.

Quando una persona dice “voglio andare a casa”, a volte non sta cercando una risposta. Sta cercando qualcuno che la aiuti a sentirsi al sicuro. E, in molti casi, sono i gesti prima delle parole a farle ritrovare quella sensazione di casa.

Cosa fare accadere sul piano ambientale, relazionale e organizzativo

Nelle RSA è fondamentale non aspettare che il comportamento emerga, ma creare un ambiente davvero capace di sostenere la persona con demenza (non solo l’ambiente fisico, ma anche relazionale).

Osserva l’ambiente (luminosità, rumore, temperatura, odori) e chiediti che cosa puoi fare per abbassa il livello di stress ambientale:
  • aumentare progressivamente l’illuminazione prima del tramonto;
  • ridurre ombre e riflessi;
  • limitare rumori;
  • favorire ambienti riconoscibili e raccolti (non sempre tutti insieme in salone);
  • aumentare la personalizzazione degli ambienti affinché il residente li senta più suoi.
Rispetto alla cura e alla relazione:
  • evitare concentrazione delle cure nel tardo pomeriggio;
  • privilegiare il contatto, voce calma e rassicurazione;
  • aumentare la presenza relazionale nei cambi turno;
  • offrire esperienze di valore a basso carico cognitivo che facciano leva sulla storia di vita, le emozioni e rispettino l’identità e la dignità della persona, mantengano ruoli, competenze e senso di utilità (ad esempio: utilizzare fotografie e oggetti personali e famigliari di valore per la persona);
  • mantenere figure di riferimento il più possibile stabili;
  • condividere nelle consegne e in équipe le strategie che risultano efficaci o non, con ciascun residente;
  • utilizzare storie di vita e biografie.
Il dolore, il benessere intestinale, le abitudini:
  • non sottovalutare la presenza di dolore fisico e/o emotivo;
  • è andato in bagno? quanto tempo è passato dall’ultima volta?
  • potrebbe avere fame o sete?
  • gli abiti che indossa potrebbero dargli fastidio?
  • potrebbe sentirsi annoiato, solo…?
  • …

Talvolta la persona desidera vivere il movimento e uscire. In questi casi una breve passeggiata accompagnata o poter andare un ambiente diverso possono ridurre la sensazione di costrizione e favorire il ritorno spontaneo in comunità.

Credo che uscire all’aria aperta sia più terapeutico di qualsiasi medicina che posso prendere.  La mia mente diventa lucida e le paure del futuro svaniscono con il vento – Harry Urban

È importante ricordare che non esistono strategie universalmente efficaci. Quello che funziona oggi potrebbe non funzionare domani. Per questo il vero obiettivo non è controllare il comportamento, ma continuare a leggere e soddisfare il bisogno che quel comportamento sta cercando di comunicare.

La prossima volta che un residente dirà “voglio andare a casa”, fermiamoci un secondo prima di correggere, convincere o distrarre.

 

Chiediamoci: quale bisogno sto ascoltando?

Perché la vera alternativa alla finta fermata dell’autobus non è avere strategie più sofisticate. È costruire relazioni più significative. E qui c’è forse l’aspetto più importante da ricordare: non esistono risposte perfette. Ci saranno giornate in cui il team sarà più stanco, momenti in cui le richieste sembreranno infinite, turni in cui mantenere calma e lucidità sarà più difficile. Succede. Nelle RSA esistono giornate in cui, nonostante l’impegno, nulla sembra funzionare. Giornate in cui ci si sente frustrati, impotenti o arrabbiati con una malattia difficile da comprendere e da accettare.

Ed è proprio in quei momenti che serve ricordare una cosa: non è il crollo di un singolo momento che definisce la qualità della cura.

La qualità della cura si costruisce nella continuità. Nell’operatore che riprova. Nel collega che supporta. Nel team che si confronta. Nella capacità di continuare a cercare il bisogno dietro il comportamento. Quello che fa davvero la differenza nella vita delle persone che assistiamo non è la perfezione. È l’impegno quotidiano.

Nelle RSA non possiamo sempre riportare le persone a casa. Possiamo però continuare a costruire esperienze che facciano sentire a casa. Perché, alla fine, casa non è fatta di mura. Casa è sentirsi al sicuro nelle mani di qualcuno.

E nella tua RSA? Come rispondete quando un residente dice di voler tornare a casa? Quali strategie avete trovato efficaci nel trasformare quel momento da “problema da gestire” a bisogno da accogliere?

Condividi la tua esperienza con noi e continua ad approfondire il tema della cura con la persona attraverso gli altri articoli e podcast di Sente-Mente®.

 


APPROFONDIMENTI

  • Letizia Espanoli (2020). Per un’organizzazione che cura. Idee e azioni possibili secondo il Sente-Mente® modello. ED Editrice Dapero
  • Letizia Espanoli, Francesca Zedda (2023). La gentilezza nelle relazioni di cura. Storie, studi e metodo come antidoto ai maltrattamenti. ED Editrice Dapero
  • Voglio andare a casa. Se si allaccia questa frase solo ai sintomi della malattia, si smette di porsi domande e l’unica risposta plausibile si riconnette alla diagnosi. Ma l’impegno nell’essere accanto per offrire risposte di valore è nel guardare dal punto di vista della persona con demenza.
  • Portami a casa: cosa significa davvero e cosa fare. Spesso la persona non sta cercando un luogo. Sta cercando sicurezza, familiarità, qualcuno che la aiuti a sentirsi meno sola.
  • Algase DL, Beck C, Kolanowski A, et al. (1996). Need-Driven Dementia-Compromised Behavior: An Alternative View of Disruptive Behavio
  • Canevelli M, Valletta M, Blasi MT, et al. (2016). Sundowning in Dementia: Clinical Relevance, Pathophysiological Determinants, and Therapeutic Approaches.
Giusi Perna

Neuropsicologa e psicoterapeuta, specializzata in neuropsicologia e da oltre quindici anni si occupa di demenze, neuroscienze e neuropsicologia. Nel mio percorso ho integrato il rigore scientifico con una visione profondamente umana della cura, accompagnando persone che convivono con la demenza, familiari e professionisti. Dal 2017 sono Felicitatore del Sente-Mente® Modello e collaboro con Letizia Espanoli come formatore e supervisore, promuovendo nelle residenze e non solo, una cultura della cura orientata alla dignità, all'identità e alla qualità di vita della persona con demenza. È autrice di contributi scientifici e coautrice del volume La terra dei risultati della Buona Cura, partecipa come relatrice a convegni nazionali e internazionali.