Smetti di chiamarlo “Nonnino”: come le tue parole stanno creando i disturbi del comportamento che combatti

Quale impatto hanno le parole nella cura? Prova a fermarti un istante. Immagina di essere nei panni di una delle persone di cui hai cura nella tua organizzazione. Immagina proprio di indossare le sue scarpe. Non pensare alla sua diagnosi o ai suoi deficit, ma parti dal corpo. Immagina di essere seduto, magari con i sensi un po’ ovattati, e di percepire il contatto dell’aria sulla pelle e i rumori dell’ambiente. Le tue mani, che hanno una storia, sono appoggiate sulle tue gambe e mostrano i segni del tempo.
All’improvviso, una persona si avvicina. Non ne distingui bene i lineamenti, ma senti una mano che ti tocca e una voce che, con un tono acuto e cantilenante, ti dice: “Dai tesorino, dammi la manina che andiamo a mangiare”. Ascolta la reazione del tuo corpo prima ancora che arrivi un pensiero razionale. Senti quella contrazione muscolare? Quella tensione sottile o quel desiderio istintivo di ritrarti?
Il nostro sistema nervoso non ascolta solo cosa viene detto, ma anche come viene detto: il tono, il ritmo e l’intenzione arrivano molto prima del significato razionale. Quando usiamo un linguaggio che rimpicciolisce, il corpo della persona percepisce un’invasione e una minaccia alla propria integrità, attivando risposte di difesa automatiche.
Una prima domanda, semplice e potente:
- se qualcuno si rivolgesse a me con queste parole, come mi sentirei?
Le parole arrivano prima del significato
Nel lavoro di cura, il linguaggio è spesso automatico e occorre fare attenzione a come il desiderio di trasmettere affetto e protezione rischia di cadere nel meccanismo dell’infantilizzazione. E questo può accadere anche a professionisti competenti e motivati in balia di automatismi linguistici mai messi a fuoco.
Immagina che la tua intera storia — le tue esperienze, i tuoi studi, il tuo lavoro, i tuoi amori, i traguardi raggiunti e le fatiche che hanno segnato il tuo volto — venga improvvisamente cancellata da un “nonnino” o un “amore”.
Le neuroscienze ci confermano che le persone che vivono con la demenza, pur perdendo alcune funzioni cognitive, mantengono fino alla fine la capacità di provare emozioni, di percepire il clima relazionale e di rispecchiarlo (Guzman-Vélez et al., 2014).
Occorre quindi accendere nuove consapevolezze, perché quando ci rivolgiamo ad un adulto come se fosse un bambino, stiamo inviando un messaggio implicito di incompetenza che ferisce l’autostima (Levy, 2003).
Sentirsi trattati in modo paternalistico genera umiliazione, frustrazione e una profonda perdita di dignità. La persona anche se può non capire il significato delle parole, “sente” il peso della svalutazione. Se il linguaggio perde la bellezza del rispetto, diventa una fonte di giudizio e di distanza emotiva che nutre l’isolamento e la depressione.
Quando le parole incidono sulla relazione di cura
Ora analizziamo ciò che la scienza definisce Elderspeak: uno stile comunicativo infantile caratterizzato da frasi brevi, vocabolario semplificato, tono rallentato e acuto, pronomi collettivi (“ora noi facciamo il bagnetto”) e termini eccessivamente intimi. Inoltre, l’Elderspeak è radicato in stereotipi negativi sull’invecchiamento e sulle competenze delle persone anziane (Ryan et al., 1986).
La letteratura scientifica è chiara riguardo agli effetti di questa modalità:
- percezione di umiliazione – il 40% degli anziani assistiti a domicilio e il 75% dei residenti in struttura percepiscono l’Elderspeak come umiliante (Balsis & Carpenter, 2006; Williams et al., 2004)
- resistenza alle cure – esiste una connessione diretta tra questo linguaggio e l’insorgere di comportamenti oppositivi. Uno studio fondamentale evidenzia che la probabilità di resistenza alle cure (aggressività, rifiuto, agitazione) aumenta drasticamente quando gli operatori usano l’Elderspeak durante l’igiene o l’alimentazione (Williams et al., 2009)
- spirale di declino – questo linguaggio “rafforza inconsapevolmente la dipendenza, genera isolamento e contribuisce alla spirale di declino dello stato fisico e cognitivo” (Williams, Kemper & Hummert, 2004).
Dobbiamo chiederci con onestà: i comportamenti che definiamo “difficili” sono sintomi della malattia o sono reazioni difensive ad una modalità relazionale che non riconosce l’identità adulta della persona?
Dall’assistenza alla cura: azioni strategiche concrete
Il rispetto verbale non è solo “buona educazione”, ma una competenza professionale strategica per prevenire i conflitti e costruire fiducia. Ecco come trasformare la consapevolezza in azione concreta attraverso piccoli allenamenti quotidiani, non solo nella relazione con le persone di cui hai cura, ma anche come ne parli in equipe:
- bandire ufficialmente diminutivi e nomignoli – elimina “nonnino”, “tesorino”, “poverina”
- riconoscere e rispettare l’identità adulta – usa sempre il nome proprio o il “Lei” come segno di riconoscimento della storia della persona
- monitorare il tono e il “noi”– scegli un tono di voce adulto e calmo. Evita il “noi collettivo” che annulla l’autonomia dell’altro; parla con la persona e non sopra la persona
- prima di ogni interazione, chiediti “Sto parlando alla persona o alla mia idea di fragilità?”. Ricorda: le parole che scegli rafforzano la dignità o creano dipendenza.
Cambiare linguaggio significa rendere le nostre intenzioni coerenti con le nostre azioni affinché diventino vera Cura.
Un linguaggio che accompagna, non che riduce
Le parole non sono solo strumenti di comunicazione verbale, sono anche mattoni che vanno a costruire la relazione.
Quando il linguaggio perde rispetto, rischia di diventare fonte di distanza e fraintendimento. Quando invece riconosce l’identità della persona, può sostenere fiducia, collaborazione, benessere.
Allenarsi ad osservare il proprio linguaggio è un atto di grande professionalità. E spesso sono proprio le persone che vivono con la demenza a restituircelo — con un corpo che si rilassa, con uno sguardo che si apre, con una presenza più disponibile.
In quei momenti comprendiamo che, quando sappiamo davvero stare accanto con rispetto e dignità, la relazione diventa cura.
Riassumendo
Esiste una connessione psicologica diretta tra sentirsi svalutati dal linguaggio e l’insorgere di comportamenti di resistenza, opposizione o chiusura. Quando una persona adulta viene trattata verbalmente come un bambino, reagisce difendendo la propria identità. Per questo, il rispetto verbale non è solo una questione di “buona educazione”, ma una competenza professionale strategica. Usare le parole giuste previene i conflitti, facilita la collaborazione durante le cure e costruisce quella fiducia che è alla base di ogni relazione efficace.

Approfondimenti
Inizia un viaggio che ti porterà a riflettere sull’uso delle parole. Sì, proprio quelle che possono partire dal cuore per accendere la Vita in te stesso e nell’altro.
In questo podcast esplorerai il potere delle parole nella cura e nel benessere emotivo.
Gli studi relativi all’Elderspeak spiegano quanto questo linguaggio crei frustrazione, ferisca l’autostima e sia denigrante nei confronti dell’identità della persona anziana e delle persone che vivono con la demenza.

