Margherita ha un ricordo confuso. Lo spazio nel suo grande letto matrimoniale, da un tempo indefinito è vuoto. Luigi, l’uomo della sua vita, che ha dormito sempre al suo fianco, dov’è? Ricorda delle parole lontane pronunciate dal figlio: “il papà è in ospedale, sai, la sua malattia, ha bisogno di essere curato…”. Ma è passato tanto tempo, o forse no, Luigi ancora non è qui, la casa pulsa di un’assenza a volte insostenibile. Desidera andare a fargli visita ma si sa, di questi tempi, non si può entrare negli ospedali, le ricorda amorevolmente il figlio. Margherita giorno dopo giorno si racchiude nel suo dolore, a momenti inconsapevole della ragione per cui prova questo potente sentimento di tristezza. La sua mente mescola i ricordi e fatti accaduti nel passato si presentano vivi come fossero accaduti ieri. Il suo Luigi… quante ne hanno vissute insieme in 60 anni di matrimonio, la famiglia, i figli che hanno cresciuto, le gioie, le fatiche… Questa indefinita sensazione al cuore si fa sempre più strada fino a tramutarsi in un grido che invoca “verità”. “Dov’è il mio Luigi”?
Luigi, in questi giorni, ha intrapreso il suo grande viaggio aldilà dei confini della vita. Quando c’è una diagnosi di demenza, spesso i famigliari, con grande desiderio di risparmiare un così grande dolore alla persona cara, rinunciano alla verità. Che senso può avere dire a Margherita che Luigi è morto? Non è solo infliggerle un dolore che non potrà elaborare?
Sono domande legittime, che chi ama, si pone ma esploriamo insieme le possibilità di agire invece seguendo un’altra direzione e trasformiamo le domande in modo che ci spingano non verso il vicolo cieco del “non senso” ma verso l’ orizzonte più ampio della verità. Chiediamoci innanzi tutto, vogliamo realmente evitare che la mamma soffra, o siamo piuttosto frenati dal timore di non saper accogliere il suo dolore? E se le domande diventassero:
- Come posso dire a Margherita che Luigi è morto?
- Come posso incontrare il suo dolore anziché soffocarlo?
Domande come queste aprono finestre su territori differenti dove incamminarci per accompagnare la persona cara di cui ci prendiamo cura, verso la verità.
Quando la persona chiede espressamente dov’è il suo caro è il momento di scegliere di dedicare un tempo speciale per so-stare accanto a lei. Siedi difronte: occhi negli occhi, è un modo per dire “ti accolgo”. Prendi consapevolezza del respiro, portalo in profondità e seguilo mentre ti conduce nel tuo giardino interiore dove germogliano parole, o forse silenzi, capaci di esprimere presenza. Se sei a distanza e potrai non usare la mascherina, accenna un sorriso che comunicherà la tua pace nel portare questa notizia. Se sei vicino e indossi la mascherina, proponi un gentile contatto attraverso le mani… è un modo per dire “sono qui per te”, “non sei sola”.
Il tuo respiro sarà lento quando ti sentirai pronunciare parole di conforto e di vicinanza. Scegli con cura le tue parole perché sono proprio loro il mezzo più importante per infondere speranza. Fabrizio Benedetti, professore di Fisiologia umane e neurofisiologia all’università di Torino, dichiara come oggi la scienza sia chiara a tale proposito: “ le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni a simboli astratti in vere e proprie armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre. Tutto ciò avviene nel cervello umano dove un insieme di molecole costituisce una vera e propria farmacia interna attivata dalla relazione tra individui”. (F.Benedetti-La speranza è un farmaco)
E se non trovi le parole, non ti preoccupare, Margherita capisce aldilà delle parole… non c’è bisogno di spiegare, questo è il tempo di esser-ci e la tua presenza si trasformerà in un farmaco potente. Ora è il tempo di accogliere le emozioni che fluiranno, è il tempo di fare spazio a quel silenzio denso di amore capace di r-accogliere lacrime e sofferenza.
Respira- Resta accanto- Accogli.
La tua presenza gentile, sarà un balsamo per il suo cuore ferito e i tuoi gesti avvolgenti, caldi rassicuranti saranno la cura di cui ha bisogno. E se sei figlio e condividi il suo dolore non ci sarà bisogno di nasconderlo dietro a lacrime trattenute. Un dolore condiviso è un dolore dimezzato. Certo, Margherita chiederà spesso dov’è Luigi, e quando avverrà, potrà essere importante accompagnarla con delicatezza in silenzio vicino alla sua fotografia ed immaginare insieme dove potrebbe essere. Potremmo insieme accendere una candela e condividere un momento di preghiera se sappiamo che la persona trova conforto in essa. Forse a Margherita capiterà spesso di parlare di Luigi, come se lui fosse presente, come se stesse per tornare da un momento all’altro. Non sarà necessario riportarla ogni volta alla realtà, se non ci saranno domande esplicite, permettile di sostare in quel luogo dove lui è ancora presente.
Quando sarà il momento dell’ultimo saluto alla persona cara, coinvolgi il tuo caro che vive con la demenza nell’organizzazione del funerale. Questo può aiutarlo a interiorizzare emotivamente l’accaduto e permettigli di compiere dei gesti significativi, come scegliere personalmente la più bella fotografia, i fiori preferiti o magari una canzone speciale che accompagni la cerimonia.
Si, ci saranno momenti dolorosi, ma è solo attraversando quel dolore che possiamo trasformarlo, in attesa che “decanti” a poco a poco.
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